Nella serata di martedì 3 febbraio si è svolto il primo seminario formativo gratuito organizzato dallo staff Sentieri di Igea, che ha visto protagonisti il dott. Paolo Gentile, dietista, e il dott. Davide Bianco Dolino, chinesiologo e massoterapista. Durante l’incontro sono stati affrontati alcuni dei falsi miti più diffusi nel mondo dello sport e dell’alimentazione, temi che spesso condizionano le scelte di chi desidera migliorare la propria forma fisica e il proprio stato di salute.
Uno dei pensieri più comuni quando si decide di cambiare è: “Inizio a correre così dimagrisco velocemente”. L’essere umano è nato per muoversi, è vero, ma iniziare a correre improvvisamente, senza un adeguato condizionamento, può aumentare il rischio di infortuni, soprattutto a carico delle articolazioni. La corsa è un gesto ripetitivo e ad alto impatto che richiede adattamento progressivo, programmazione e gradualità.
Inoltre, è importante chiarire una distinzione fondamentale: perdere peso non è la stessa cosa che dimagrire. Perdere peso significa semplicemente vedere diminuire il numero sulla bilancia, mentre dimagrire implica una riduzione della massa grassa preservando il più possibile la massa muscolare. L’attività fisica non dovrebbe essere vista esclusivamente come uno strumento per far scendere l’ago della bilancia, ma come un mezzo per migliorare le capacità motorie, la composizione corporea e la salute metabolica. Un allenamento ben programmato contribuisce anche a migliorare la flessibilità metabolica, ossia la capacità dell’organismo di utilizzare in modo efficiente le diverse fonti energetiche in base alle richieste.
Un altro mito affrontato riguarda l’acido lattico. Spesso si sente dire che sia il responsabile dei dolori muscolari del giorno successivo all’allenamento. In realtà, durante sforzi ad alta intensità l’organismo produce lattato come conseguenza del metabolismo anaerobico, ma questo viene smaltito fisiologicamente in tempi relativamente brevi dopo la fine dell’attività. I dolori che compaiono dopo 12-24 ore e raggiungono il picco tra le 24 e le 48 ore sono invece riconducibili ai cosiddetti DOMS (Delayed Onset Muscle Soreness), una risposta fisiologica legata ai micro-danni muscolari e al processo di adattamento a uno stimolo nuovo o particolarmente intenso. Si tratta di un fenomeno normale, soprattutto quando si riprende l’attività o si introduce un nuovo tipo di allenamento. Se però il dolore si ripresenta frequentemente con gli stessi esercizi o interessa prevalentemente le articolazioni, è opportuno rivedere la programmazione.
Anche il tema dei crampi è stato oggetto di confronto. Il crampo è una contrazione involontaria, improvvisa e dolorosa del muscolo. Spesso viene attribuito automaticamente a una carenza di magnesio o potassio, ma la realtà è più complessa. Le cause possono includere affaticamento neuromuscolare, eccessiva intensità dell’allenamento, disidratazione o squilibri elettrolitici. Durante la sudorazione, il minerale maggiormente perso è il sodio, più che magnesio o potassio. Prima di ricorrere agli integratori è quindi fondamentale valutare l’adeguatezza dell’alimentazione, il livello di idratazione e la corretta gestione dei carichi di lavoro. In condizioni di caldo o sudorazione intensa può essere utile curare l’idratazione nell’arco della giornata e reintegrare correttamente i liquidi e il sodio persi, evitando soluzioni “fai da te” che non tengano conto del quadro complessivo.
Il messaggio che abbiamo voluto trasmettere durante il seminario è chiaro: sport e alimentazione sono strumenti potenti per la salute, ma richiedono consapevolezza, personalizzazione e programmazione. Smontare i falsi miti è il primo passo per costruire un percorso efficace, sicuro e sostenibile nel tempo. Affidarsi a professionisti qualificati permette di evitare errori comuni e di lavorare su obiettivi realistici, rispettando il proprio punto di partenza e le proprie esigenze.
L’ansia è un’esperienza universale. Tutti, prima o poi, ne facciamo esperienza. Ma mentre spesso la etichettiamo come qualcosa da evitare o temere, in realtà ha due volti molto diversi: uno evolutivamente utile, l’altro potenzialmente debilitante.
Ansia: una funzione evolutiva
Nel nostro processo evolutivo come esseri umani, l’ansia è nata per proteggerci. È una risposta adattiva agli stimoli dell’ambiente esterno, utile per prepararci ad agire di fronte a un pericolo.
Questa è l’ansia normale o adattiva, che si attiva in modo proporzionale alla minaccia. È ciò che ci permette, ad esempio, di essere più attenti mentre attraversiamo la strada o di prepararci adeguatamente per un esame. Si manifesta come un’attivazione fisiologica che migliora le nostre performance.
Tuttavia, quando la risposta ansiosa è sproporzionata rispetto allo stimolo che la genera, o si manifesta in assenza di un reale pericolo, parliamo di ansia patologica.
Ansia patologica: quando il sistema di allerta si blocca
L’ansia patologica è una reazione d’allerta che sfugge al controllo. Si trasforma in un complesso sintomatologico che può compromettere seriamente la qualità della vita, influendo negativamente: sulle attività quotidiane, sulle relazioni interpersonali e sulla salute fisica e psichica.
Alcuni effetti tipici dell’ansia patologica possono essere: senso di impotenza, evitamento delle situazioni temute, isolamento sociale, calo del rendimento scolastico o lavorativo, perdita di autonomia.
Ma l’ansia può presentarsi anche in forme più acute e spaventose.
Attacco d’ansia: un’allerta accesa nel corpo
Gli attacchi d’ansia sono episodi in cui si sperimenta un’intensa attivazione emotiva e corporea, con sintomi quali:
Sensazione di pericolo imminente
Tensione, angoscia, timore
Preoccupazione ansiosa e panico
Sintomi fisici e psicosomatici come: respiro corto o affannato, mente confusa, vuoti di memoria, difficoltà a concentrarsi, tensione muscolare, tremori, nausea, disturbi gastrointestinali, tachicardia, vertigini, sudorazione eccessiva, “dolori da ansia” veri e propri).
Attacco di panico: la crisi improvvisa
Diversi dagli attacchi d’ansia, gli attacchi di panico sono episodi acuti e improvvisi, che raggiungono rapidamente il picco e si esauriscono in pochi minuti. Si manifestano con:
Paura di morire o di impazzire
Ansia anticipatoria (paura che accada di nuovo)
Comportamenti di evitamento dei luoghi o delle situazioni legate all’attacco
Sono eventi traumatici per il sistema nervoso, e lasciano spesso il segno.
Ma come si spiega, a livello biologico, tutto questo?
Dalle origini della vita alle strutture dell’ansia
Per capire il legame tra emozioni e corpo, dobbiamo fare un salto all’origine: durante lo sviluppo embrionale, il nostro organismo prende forma da tre foglietti germinativi.
L’ectoderma dà origine al sistema nervoso e alla pelle (qui nascono le sensazioni, la percezione del pericolo, la reattività mentale).
Il mesoderma forma muscoli, cuore, vasi sanguigni e surreni (il corpo si prepara ad agire).
L’endoderma origina l’apparato digerente e organi interni (la famosa “ansia allo stomaco”).
L’ansia si manifesta attraverso tutte queste strutture: la tensione muscolare (mesoderma), il nodo allo stomaco (endoderma), la mente in allarme (ectoderma). In altre parole, è un’esperienza globale, che attraversa tutto il corpo.
Ma come si trasformano le emozioni in reazioni fisiche? Il collegamento è sofisticato e coinvolge neurotrasmettitori, ormoni e strutture anatomiche ben precise.
Neurotrasmettitori: i messaggeri chimici dell’ansia
Nel cervello, l’ansia non è solo un pensiero o un’emozione. È biochimica. Tre neurotrasmettitori giocano un ruolo chiave:
La serotonina conosciuta come il “neurotrasmettitore del benessere”, regola l’umore, il sonno, l’appetito e la stabilità emotiva.
Livelli bassi di serotonina sono spesso associati a ansia, depressione e disturbi ossessivi.
Il GABA o acido gamma-amminobutirrico è il principale neurotrasmettitore inibitorio del cervello. Ha la funzione di calmare il sistema nervoso e ridurre l’attività neuronale eccessiva.
Un deficit di GABA può portare a iperattivazione, tensione muscolare e attacchi d’ansia.
La dopamina, anche se piùnota per il ruolo nella motivazione e nel piacere, è coinvolta anche nell’attivazione dell’allerta.
Uno squilibrio dopaminergico può contribuire ad ansia sociale, nervosismo e difficoltà nella regolazione emotiva.
Ormoni dello stress: adrenalina e cortisolo
Quando il cervello percepisce una minaccia, innesca una reazione a catena attraverso l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (asse HPA), attivando il corpo in pochi secondi.
L’ adrenalina o epinefrina prodotta dalle ghiandole surrenali, è l’ormone della fuga o lotta. Aumenta la frequenza cardiaca, la pressione sanguigna, dilata i bronchi e mette il corpo in stato di allerta. È responsabile della tachicardia, sudorazione e tremori durante un attacco d’ansia.
Il cortisolo l’ormone dello stress cronico, prodotto in risposta prolungata alle minacce percepite. A differenza dell’adrenalina, agisce più lentamente ma più a lungo. Alti livelli di cortisolo abbassano le difese immunitarie, disturbano il sonno e influiscono negativamente sulla memoria e sull’umore.
Strutture Anatomiche Coinvolte nell’Ansia
L’ansia, quindi è un’esperienza profondamente corporea, orchestrata da un insieme di strutture che lavorano – a volte troppo – per proteggerci.
Possiamo individuare l’amigdala che è il “centro della paura” del cervello. Questa piccola struttura, situata nel sistema limbico, ha il compito di rilevare i pericoli e attivare le risposte difensive. In caso di ansia patologica o panico, l’amigdala è spesso iperattiva, anche in assenza di una reale minaccia.
Il Diaframma è il principale muscolo respiratorio, ma anche un regolatore dello stato emotivo. Quando siamo in ansia, la respirazione diventa alta e superficiale (respirazione toracica), causando un’attivazione ulteriore del sistema nervoso. Al contrario, la respirazione diaframmatica profonda stimola il nervo vago e calma il corpo. È innervato dal nervo frenico che origina dal midollo spinale (tra C3 e C5) e trasmette i segnali che regolano il ritmo respiratorio. Un’irritazione del nervo frenico può contribuire a spasmi diaframmatici e a una respirazione alterata, spesso percepita durante l’ansia intensa.
Per finire ci sono le ghiandole surrenali, situate sopra i reni, sono le fabbriche dell’adrenalina e del cortisolo. In situazioni di stress cronico, queste ghiandole restano iperattive, mantenendo il corpo in uno stato di tensione continua.
Conoscere questi meccanismi non solo aiuta a comprendere cosa succede “dietro le quinte” durante un attacco d’ansia, ma offre anche strumenti pratici per intervenire.
L’esercizio fisico, la mindfulness e una regolazione intenzionale del respiro diventano così alleati naturali, perché agiscono proprio su questi circuiti — calmando l’amigdala, riequilibrando i neurotrasmettitori, abbassando il cortisolo e migliorando l’attività del sistema parasimpatico.
Ed è qui che entra in gioco un protagonista fondamentale: il nervo vago.
Il nervo vago: ponte tra cervello e corpo
Il nervo vago è il decimo nervo cranico e il più lungo del nostro sistema parasimpatico. Collega il cervello al cuore, ai polmoni, allo stomaco e ad altri organi vitali. È il nostro freno biologico naturale, il responsabile del ritorno alla calma dopo una situazione di stress.
Il ruolo evolutivo del nervo vago:
Secondo la teoria polivagale di Stephen Porges, il sistema nervoso autonomo reagisce allo stress in vari modi, con tre possibili risposte:
Fight or Flight (attacco o fuga) – Sistema simpatico attivato
Freeze (congelamento) – Reazione di blocco
Faint (svenimento) – Inattivazione estrema, dominata dal vago dorsale
Queste risposte hanno permesso ai nostri antenati di sopravvivere, ma oggi, in un mondo dove il pericolo non è più un predatore ma uno stress cronico, diventano disfunzionali.
In questo senso lo psichiatra Daniel Siegel ha introdotto il concetto di finestra di tolleranza, ovvero lo spazio in cui il nostro sistema nervoso può regolare efficacemente le emozioni.
Quando siamo dentro la finestra, possiamo sentire e rispondere in modo equilibrato. Quando ne usciamo, finiamo in iperattivazione (ansia, panico) o ipoattivazione (apatia, dissociazione).
Come tornare nella finestra?
Uno strumento sempre a disposizione è il respiro.
Il respiro come chiave di regolazione
Il modo in cui respiriamo influisce direttamente sul nostro sistema nervoso. Esistono due tipi principali di respirazione.
La Respirazione diaframmatica (profonda): attiva il nervo vago e il sistema parasimpatico, correlati al rilassamento.
La Respirazione accessoria (alta e toracica): attiva il sistema simpatico, correlato all’allerta.
Possiamo individuare i benefici del respiro profondo quali, la riduzione della frequenza cardiaca, il miglioramento digestivo, l’aumento della concentrazione e il ritrovamento della calma.
La mindfulness utilizza proprio il respiro per ancorare l’attenzione al momento presente. Praticare quotidianamente tecniche di respiro consapevole è uno dei modi più semplici ed efficaci per gestire l’ansia.
Attività fisica e regolazione dell’ansia
Anche il movimento ha un impatto potente sul sistema nervoso. L’esercizio fisico riduce i livelli di cortisolo, aumenta la serotonina e le endorfine, migliora la qualità del sonno, favorisce una maggiore resilienza allo stress.
Una passeggiata, una corsa, lo yoga, il nuoto: ogni forma di movimento aiuta a scaricare le tensioni e a riportare il corpo nella finestra di tolleranza.
Conclusione: ascoltare, comprendere, regolare
L’ansia ha due facce: una è quella dell’alleato che ci protegge, l’altra è quella del nemico invisibile che ci blocca. Riconoscerla, capirne le origini biologiche e psicologiche, e imparare a regolare le risposte del nostro sistema nervoso è il primo passo per trasformarla in uno strumento di consapevolezza.
Il corpo ci parla continuamente. Il respiro può guidarci a casa, verso la calma.
In SINTESI:
Ansia adattiva vs patologica – Utile o debilitante?
Attacchi d’ansia e di panico – Scopriamo le differenze.
L’ansia è anche corpo – L’anatomia e la chimica dell’ansia.
Il nervo vago e la finestra di tolleranza nella regolazione dell’ansia
Respiro e movimento come terapia – Intervento integrato tra Mindfulness e Chinesiologia
Le emozioni sono come radar interni, strumenti preziosi che ci guidano nella comprensione di come siamo e del mondo che ci circonda. Spesso, però, tendiamo a ignorarle o a reprimerle, privandoci di un’importante bussola interiore. Ma cosa accadrebbe se imparassimo ad ascoltarle e interpretarle nel modo giusto?